i piaceri della vite ultimo numero trombelli podversic

Le parole sono importanti. Barthes mi ha detto che le bottiglie non crescono sulle viti. Neanche quelle naturali.

Ora il dibattito si è spostato sulle parole e sul loro uso, e invece che sui vini si è spostata l’attenzione sulle parole che li definiscono, un classico dell’internet. Fomentati anche da un editoriale del DoctorWine sull’argomento la rete si è riempita di persone che cercano di spiegare che il vino naturale non esiste, i più tranquilli ci spiegano che è un prodotto culturale altri ci spiegano che il vino naturale sarebbe l’aceto e così via.
Il grande sottointeso (e neanche tanto) è che la parola naturale sarebbe stata scelta per gabbare i consumatori promettendo qualcosa che nessuno può dare, cioè un vino naturale (inteso letteralmente)
Certo, la parola naturale riferita ai vini è una puttanata assurda, tempo fa si parlava di vini ancestrali, io personalmente avrei optato per vini artigianali. Ma tant’è, non è che la lingua italiana, e non solo, la faccio io.
Ora però il problema è chiarire una cosa: con la parola naturale ci stanno fregando?
Per trovare l’inghippo dovremmo fare una seria ricerca ermeneutica (l’ermeneutica e la metodologia attraverso cui si analizzano i testi scritti per riconoscere i significati autentici), andare a vedere le prime fonti e capire il significato. Troppo lungo e complicato.
Ipotizziamo invece che ci stiano fregando e che qualcuno abbia inventato un modo nuovo per vendere un vino, una nuova leva di marketing. Ecco,… non funzionerebbe. Non posso pensare che ci siano consumatori che possano immaginare, sentendo la parola “vino naturale”, che quelle bottiglie siano nate direttamente attaccate ai tralci delle viti, già tappate e pronte per essere etichettate con etichette scritte a mano su carta riciclata.
E allora ci deve essere un’altra interpretazione. Chiunque ha un minimo di nozioni di semiotica e magari ha letto un libro a caso di Roland Barthes sa benissimo che le parole sono vive e interpretarle in senso assoluto è un errore, e che il loro uso non è sempre intenzionale. “Interpretare un testo non è dargli un senso (più o meno fondato, più o meno libero), è invece valutare di quale pluralità sia fatto“, diceva Roland Barthes, quindi quel “naturale” associato ai vini può significare “un vino la cui produzione segue dei principi naturali”, oppure può essere stato usato in contrapposizione del termine “vini industriali”, oppure ancora “che ha rispetto per la natura”, oppure, e questa è la mia preferita, un vino prodotto con una agricoltura che non segue il concetto “industriale” della ripetibilità e standardizzazione dei processi di produzione (una agricoltura hegeliana?).
Certo, abbiamo il problema che qualcuno ci prova (come con i marchi bio, i marchi verdi e le foto con i tramonti) usando la parola “naturale” come mezzo per la circonvenzione degli incapaci e da questo i primi a doversi difendere sono proprio i produttori di vini naturali (vi prego qualcuno inventi un’altra parola) se non vogliono passare per stregoni neofricchettoni o addirittura mezze sòle…

Una nota a margine. In questo testo si cita Roland Barthes e si è usata la parola ermeneutica. E stiamo parlando di vino. Ma non è che questa cosa del vino la stiamo prendendo un pò troppo sul serio?

Il tizio in foto è Roland Barthes

Andrea Vellone

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