i piaceri della vite ultimo numero trombelli podversic

Josko Gravner, l’enologia e di come il vino può salvare il mondo.

di Andrea Vellone


Giorni fa Josko Gravner, uno dei produttori di vino più rivoluzionari degli ultimi anni, ha affermato che per fare il vino più che l’enologia si dovrebbe studiare la filosofia, scandalizzando non poco gli addetti ai lavori e pure quelli non addetti.

(Leggete qui)

Risuonano in queste parole le battaglie oscurantistiche sui vaccini e il disprezzo per il sapere tecnico che in tutto il mondo occidentale sembrano attrarre sempre più persone. Mi permetto di dire che questo non è il senso delle parole di Gravner e che le persone attratte dal medioevalismo di ritorno la filosofia non l’hanno studiata contrariamente a Gravner.
Intendiamoci, il problema non sono i vaccini o il disprezzo per la prosopopea dei professori.
Al netto di ogni neofricchetonismo il problema del rapporto tra le conoscenze tecniche e una conoscenza di tipo olistico (ricordate che ho detto al netto di ogni neofricchettonismo?) esiste e sembra diventare ogni giorno sempre più dirimente. E’ una tematica questa che se mal interpretata porta al rifiuto delle sapienza tecniche e tecnologiche, può portare non ad un arricchimento della conoscenza ma ad una sottrazione. Per esempio la stessa omeopatia, se vista come sostituzione della medicina tecnica e tecnologica porta in sè pericoli devastanti, ma se pensata ed usata come integrazione “filosofica” alle conoscenze tecnologiche può apportare notevoli vantaggi:
– Aiutare a superare i limiti di una conoscenza iperspecializzata
– Superare una ricerca dell’oggettività esasperata
– Ampliare gli scopi e gli obiettivi del pensare umano.

Ritornando al vino (no, non  ne ho fatto un uso smodato per scrivere questo articolo, giuro) credo che anche Gravner e altri illuminati produttori abbiamo intuito le nuove frontiere del pensiero occidentale, insieme a grandi pensatori degli ultimi 30 anni, penso per esempio a Fritjof Capra che ha ripensato le metodologie di ricerca nel campo della fisica quantistica.
Così come le ha intuite Nicola Perullo nel suo Epistenologia quando sgancia la conoscenza del vino dalla mera degustazione organolettica, quando libera il vino dalla imposizione del giudizio oggettivo. Così come credo lo abbia capito Damijan Podeversic che quando lo intervistai per “i Piaceri della Vite” mi disse che lui ai figli aveva fatto fare il liceo classico più che gli studi di enologia, intendendo che essendo l’enologia una conoscenza tecnica si può sempre imparare dopo, ma per imparare ad interpretare, per capire nel profondo serve una formazione fin da piccoli per acquisire una sensibilità nuova.
Ma che cos’è questa sensibilità nuova e più profonda? Avete presente quando avete una parola “sulla punta della lingua”. Ecco, alcune persone culturalmente più attrezzate, hanno intuito che c’è qualcosa di più di Bacone, qualcosa di più della dimostrabilità e ripetibilità, del principio di causa-effetto, delle procedure normate (prima di dire qualcosa ricordatevi che tutto inizia con “al netto di ogni neofricchettonismo…”)
Purtroppo spiegarsi  non è facile e questo nuovo pensiero ancora non ha una sua grammatica e una filologia, e, in attesa di formarla ogni discorso che metta in discussione le basi del sapere tecnologico rischia di trasformare un progresso in un regresso.

Si, ok, ma il vino? Perché il vino? Perché il vino può salvare il mondo?
Perchè il vino è il prodotto tecnologico più olistico che esista (non rompete, anche quello di Gravner è un prodotto tecnologico, anche quello degli antichi romani era un prodotto tecnologico, siamo seri). E’ coinvolto nella storia millenaria dell’umanità è fortemente invischiato in significati mistici, è metafora di avvicinamento a dio, nella nostra cultura è “sangue di cristo”, intendendo per dio quelle parole sulla punta della lingua di cui parlavamo prima. Il vino è un prodotto della natura ma fortemente tecnologizzato. Il vino ha a che fare con i cicli della luna, con i cicli della natura e con tutta la mistica del funzionamento della terra. Il vino è un prodotto sfuggente che richiede l’assecondamento e il rispetto della terra e non la sua dominazione, richiede una profonda e millenaria conoscenza tecnologica e una ancora più profonda coscienza. Il vino inoltre non è un prodotto da sussistenza ma coinvolge la ricerca del bello e del fine a se stesso (tipo l’arte per intenderci). Non per ultimo il vino da ampi margini economici che possono permettere ai produttori di “cazzeggiare” su certi argomenti.

Quindi il vino è la porta dalla quale si accede ad una forma di conoscenza nuova?

Beh, alla seconda bottiglia anche io ho avuto questa sensazione 🙂 Oltre lo scherzo però posso dire che il vino può essere guida ed esempio per esemplificare nuove forme di pensiero, alla sola condizione di non cadere in forme di fricchettonismo markettaro (non è il caso di Gravner ma di qualcun’altro purtroppo si) e non scadere in forme di aventiniano isolamento alla ricerca di purezze che non esistono. Questo non aiuta, ma porta solo a fare vini non onesti e quindi non buoni, e solo i vini buoni possono salvare il mondo…
Quindi studiate tutti filosofia, studiate tutti la letteratura e smettetela di declinare la lunga lista di odori che sentite, melanzane, prugne, violette della papuasia, è come se per descrivere un quadro di Van Gogh faceste la lista dei colori (blu notte, giallo ocra, verde pisello), per “sentire” veramente il vino serve cultura e filosofia.
Poi se volete pure farlo, il vino,  studiate pure enologia vi servirà.

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