di Andrea Vellone


Giorni fa Josko Gravner, uno dei produttori di vino più rivoluzionari degli ultimi anni, ha affermato che per fare il vino più che l’enologia si dovrebbe studiare la filosofia, scandalizzando non poco gli addetti ai lavori e pure quelli non addetti.

(Leggete qui)

Risuonano in queste parole le battaglie oscurantistiche sui vaccini e il disprezzo per il sapere tecnico che in tutto il mondo occidentale sembrano attrarre sempre più persone. Mi permetto di dire che questo non è il senso delle parole di Gravner e che le persone attratte dal medioevalismo di ritorno la filosofia non l’hanno studiata contrariamente a Gravner.
Intendiamoci, il problema non sono i vaccini o il disprezzo per la prosopopea dei professori.
Al netto di ogni neofricchetonismo il problema del rapporto tra le conoscenze tecniche e una conoscenza di tipo olistico (ricordate che ho detto al netto di ogni neofricchettonismo?) esiste e sembra diventare ogni giorno sempre più dirimente. E’ una tematica questa che se mal interpretata porta al rifiuto delle sapienza tecniche e tecnologiche, può portare non ad un arricchimento della conoscenza ma ad una sottrazione. Per esempio la stessa omeopatia, se vista come sostituzione della medicina tecnica e tecnologica porta in sè pericoli devastanti, ma se pensata ed usata come integrazione “filosofica” alle conoscenze tecnologiche può apportare notevoli vantaggi:
– Aiutare a superare i limiti di una conoscenza iperspecializzata
– Superare una ricerca dell’oggettività esasperata
– Ampliare gli scopi e gli obiettivi del pensare umano.

Ritornando al vino (no, non  ne ho fatto un uso smodato per scrivere questo articolo, giuro) credo che anche Gravner e altri illuminati produttori abbiamo intuito le nuove frontiere del pensiero occidentale, insieme a grandi pensatori degli ultimi 30 anni, penso per esempio a Fritjof Capra che ha ripensato le metodologie di ricerca nel campo della fisica quantistica.
Così come le ha intuite Nicola Perullo nel suo Epistenologia quando sgancia la conoscenza del vino dalla mera degustazione organolettica, quando libera il vino dalla imposizione del giudizio oggettivo. Così come credo lo abbia capito Damijan Podeversic che quando lo intervistai per “i Piaceri della Vite” mi disse che lui ai figli aveva fatto fare il liceo classico più che gli studi di enologia, intendendo che essendo l’enologia una conoscenza tecnica si può sempre imparare dopo, ma per imparare ad interpretare, per capire nel profondo serve una formazione fin da piccoli per acquisire una sensibilità nuova.
Ma che cos’è questa sensibilità nuova e più profonda? Avete presente quando avete una parola “sulla punta della lingua”. Ecco, alcune persone culturalmente più attrezzate, hanno intuito che c’è qualcosa di più di Bacone, qualcosa di più della dimostrabilità e ripetibilità, del principio di causa-effetto, delle procedure normate (prima di dire qualcosa ricordatevi che tutto inizia con “al netto di ogni neofricchettonismo…”)
Purtroppo spiegarsi  non è facile e questo nuovo pensiero ancora non ha una sua grammatica e una filologia, e, in attesa di formarla ogni discorso che metta in discussione le basi del sapere tecnologico rischia di trasformare un progresso in un regresso.

Si, ok, ma il vino? Perché il vino? Perché il vino può salvare il mondo?
Perchè il vino è il prodotto tecnologico più olistico che esista (non rompete, anche quello di Gravner è un prodotto tecnologico, anche quello degli antichi romani era un prodotto tecnologico, siamo seri). E’ coinvolto nella storia millenaria dell’umanità è fortemente invischiato in significati mistici, è metafora di avvicinamento a dio, nella nostra cultura è “sangue di cristo”, intendendo per dio quelle parole sulla punta della lingua di cui parlavamo prima. Il vino è un prodotto della natura ma fortemente tecnologizzato. Il vino ha a che fare con i cicli della luna, con i cicli della natura e con tutta la mistica del funzionamento della terra. Il vino è un prodotto sfuggente che richiede l’assecondamento e il rispetto della terra e non la sua dominazione, richiede una profonda e millenaria conoscenza tecnologica e una ancora più profonda coscienza. Il vino inoltre non è un prodotto da sussistenza ma coinvolge la ricerca del bello e del fine a se stesso (tipo l’arte per intenderci). Non per ultimo il vino da ampi margini economici che possono permettere ai produttori di “cazzeggiare” su certi argomenti.

Quindi il vino è la porta dalla quale si accede ad una forma di conoscenza nuova?

Beh, alla seconda bottiglia anche io ho avuto questa sensazione 🙂 Oltre lo scherzo però posso dire che il vino può essere guida ed esempio per esemplificare nuove forme di pensiero, alla sola condizione di non cadere in forme di fricchettonismo markettaro (non è il caso di Gravner ma di qualcun’altro purtroppo si) e non scadere in forme di aventiniano isolamento alla ricerca di purezze che non esistono. Questo non aiuta, ma porta solo a fare vini non onesti e quindi non buoni, e solo i vini buoni possono salvare il mondo…
Quindi studiate tutti filosofia, studiate tutti la letteratura e smettetela di declinare la lunga lista di odori che sentite, melanzane, prugne, violette della papuasia, è come se per descrivere un quadro di Van Gogh faceste la lista dei colori (blu notte, giallo ocra, verde pisello), per “sentire” veramente il vino serve cultura e filosofia.
Poi se volete pure farlo, il vino,  studiate pure enologia vi servirà.

Ora il dibattito si è spostato sulle parole e sul loro uso, e invece che sui vini si è spostata l’attenzione sulle parole che li definiscono, un classico dell’internet. Fomentati anche da un editoriale del DoctorWine sull’argomento la rete si è riempita di persone che cercano di spiegare che il vino naturale non esiste, i più tranquilli ci spiegano che è un prodotto culturale altri ci spiegano che il vino naturale sarebbe l’aceto e così via.
Il grande sottointeso (e neanche tanto) è che la parola naturale sarebbe stata scelta per gabbare i consumatori promettendo qualcosa che nessuno può dare, cioè un vino naturale (inteso letteralmente)
Certo, la parola naturale riferita ai vini è una puttanata assurda, tempo fa si parlava di vini ancestrali, io personalmente avrei optato per vini artigianali. Ma tant’è, non è che la lingua italiana, e non solo, la faccio io.
Ora però il problema è chiarire una cosa: con la parola naturale ci stanno fregando?
Per trovare l’inghippo dovremmo fare una seria ricerca ermeneutica (l’ermeneutica e la metodologia attraverso cui si analizzano i testi scritti per riconoscere i significati autentici), andare a vedere le prime fonti e capire il significato. Troppo lungo e complicato.
Ipotizziamo invece che ci stiano fregando e che qualcuno abbia inventato un modo nuovo per vendere un vino, una nuova leva di marketing. Ecco,… non funzionerebbe. Non posso pensare che ci siano consumatori che possano immaginare, sentendo la parola “vino naturale”, che quelle bottiglie siano nate direttamente attaccate ai tralci delle viti, già tappate e pronte per essere etichettate con etichette scritte a mano su carta riciclata.
E allora ci deve essere un’altra interpretazione. Chiunque ha un minimo di nozioni di semiotica e magari ha letto un libro a caso di Roland Barthes sa benissimo che le parole sono vive e interpretarle in senso assoluto è un errore, e che il loro uso non è sempre intenzionale. “Interpretare un testo non è dargli un senso (più o meno fondato, più o meno libero), è invece valutare di quale pluralità sia fatto“, diceva Roland Barthes, quindi quel “naturale” associato ai vini può significare “un vino la cui produzione segue dei principi naturali”, oppure può essere stato usato in contrapposizione del termine “vini industriali”, oppure ancora “che ha rispetto per la natura”, oppure, e questa è la mia preferita, un vino prodotto con una agricoltura che non segue il concetto “industriale” della ripetibilità e standardizzazione dei processi di produzione (una agricoltura hegeliana?).
Certo, abbiamo il problema che qualcuno ci prova (come con i marchi bio, i marchi verdi e le foto con i tramonti) usando la parola “naturale” come mezzo per la circonvenzione degli incapaci e da questo i primi a doversi difendere sono proprio i produttori di vini naturali (vi prego qualcuno inventi un’altra parola) se non vogliono passare per stregoni neofricchettoni o addirittura mezze sòle…

Una nota a margine. In questo testo si cita Roland Barthes e si è usata la parola ermeneutica. E stiamo parlando di vino. Ma non è che questa cosa del vino la stiamo prendendo un pò troppo sul serio?

Il tizio in foto è Roland Barthes

Andrea Vellone

Sto sull’internet da poco prima che esistesse, ho partecipato alle liste di distribuzione, mirc, forum, social vari. Ho consumato tastiere su tastiere digitando battutacce, interventi seri, puro cazzeggio. Ho parlato di musica, di lavoro, di internet, di html, javascript, marketing, css, grafica, telefoni, libri e anche di vino.
Le guerre tra bande esistono da quando esiste l’internet. Internet explorer contro Netscape, Apple contro Microsoft, Apple contro Samsung, Apple contro Google, Apple contro qualsiasi cosa, Google contro Yahoo e poi ancora Berlusconi, i vaccini, il bio, la cipolla nella carbonara, ikea e mondo convenienza e infine i vini naturali e i vini convenzionali…
Il meccanismo è sempre lo stesso. Prendete un post di Guerra tra bande di Apple contro Microsoft, sostituite le parole Apple e Microsoft con naturale e convenzionale, processore con lieviti, ram con solforosa, operai cinesi con quello che cazzo vi pare e il risultato sarà una modernissima e fichissima guerra tra bande sul vino.
In verità il vino non c’entra niente. C’entra il conformismo, l’anticonformismo e il conformismo dell’anticonformismo, che detta così sembra uno scioglilingua. Essere conformisti o anticonformisti è un dualismo classico, il problema è che essere anticonformisti è molto più difficile, richiede ragionamenti e grande cultura, ed ecco che allora esiste e si affermano le categorie del conformismo dell’anticonformismo e dell’anticonformisco del conformismo che rendono la battaglia ideologica e senza alcun senso e, al di là del tifo, senza alcun interesse… ma vabbè, al di là della sociologia vi scrivo solo per rassicurarvi sul fatto che fortunatamente il vino non c’entra niente, rimane sullo sfondo, tipo un arciduca ucciso a Sarajevo nel 14.
Fortunatamente il vino continuerà ad esistere, i produttori ne continueranno a produrre di fantastico, buono o TLBT (telobevitè) e noi potremmo continuare a discutere del nulla sull’internet, ma con calici sempre migliori in mano.

Scusate l’interruzione, continuate pure…(ma non versate troppo sang… mmm vino a terra)

Andrea Vellone

Negli ultimi giorni ha fatto molto rumore un post su Facebook dell’enologo Trombelli (qui) che in maniera pacata e puntuale riflette su tanti piccoli miti e mode del mondo del vino, puntualizzando quella che è la realtà oggettiva e scientifica per poi lasciare ad ognuno la sua opinione.
Un altro argomento che mi ha colpito è un post su internet gourmet di Angelo Peretti (qui) in cui si parla del cambiamento nel tempo di un famoso quadro di Van Gogh dovuto ad una particolare tinta, cosa che però ha lasciato immutato il fascino dell’opera.
Il forte baccano social di questi ultimi tempi sui lieviti, sui solfiti, sul naturale etc e sui miti che ne discendono e che, complice la potenza amplificatrice di internet, si spammano ovunque rendendo difficile poi distinguere il vero dal mito, hanno portato un tecnico esperto ad intervenire per mettere un pò i puntini sulle i. Come al solito questa è una nazione di presidenti del consiglio, allenatori della nazionale, infettivologi, scienziati ed enologi e chi invece enologo lo è per davvero pare quasi debba giustificarsi.
Ma, alla fine, il punto non è neanche questo. Sono stato anni fa a vedere il VanGogh museum ad Amsterdam, vi assicuro che la composizione chimica dei colori usati dall’artista è stato l’ultimo dei miei pensieri, certo, per capire bene i quadri bisogna sapere un minimo di pittura, così come è importante conoscere qualcosa della biografia dell’autore, ma poi bisogna lasciarsi andare per godere a pieno dell’arte…
Con il vino, bevanda sociale per eccellenza, è ancora più importante non stare lì a farsi dei pipponi complicatissimi sui lieviti, prendete un minimo di informazioni e poi lasciatevi andare.
Andrea Vellone

Non oltrepassare la linea gialla, riflessioni scorrette sul mondo del vino, scritte sui treni.
Attenzione: contiene parolacce, qualche insulto e concetti su cui, appena sceso dal treno, neanche l’autore è d’accordo.
Andrea Vellone

Una delle pagine più lette di sempre su I Piaceri della vite è quella in cui trattiamo del diritto di tappo cioè di come regolare la possibilità che si possa andare al ristorante portandosi dietro una propria bottiglia di vino. Sul prossimo numero uscirà un articolo invece sulla doggy bag, cioè della possibilità di andare al ristorante, ordinare una bottiglia, non finirla e portarsi il rimanente a casa.
Ecco, ho notato che queste sono tutte tematiche che appassionano molto tutti gli enosocialuser (vabbè se ne parla na cifra su facebook), e che suscitano una serie di post infiammati con decine e decine di interventi. Ristoratori assolutamente contrari che dicono in pratica “magnate a casa vostra e ve bevete quello che ve pare”, avventori che dicono “io te pago la cena e me bevo quello che porto”, quelli che si però i bicchieri chi li lava e così via con tutte le sfumature sull’argomento possibili. (io sono per lo “ius primae sorsus”, cioè se ti porti la bottiglia devi farla assaggiare pure al ristoratore)
Allora c’ho pensato su ed ho visto che uno dei punti che tutti affrontano, chi esplicitamente, chi velatamente e chi inconsciamente è quello dell’imbarazzo. Il cliente è imbarazzato a chiedere la doggy bag, il ristoratore non sa come proporla hai visto mai che il cliente magari la piglia male e così via…
Ecco, l’imbarazzo è il punto mai pienamente esplicitato.
Allora ho messo le cuffiette e alzato a palla i Joy Division ed ho pensato fortissimo.
Ma come può essere che in un ristorante, in un momento che dovrebbe essere di divertimento, di convivialità e di gusto ci si debba sentire imbarazzati? In teoria dovrebbe essere un momento di pura tranquillità. Ma evidentemente non è così.
Effettivamente il rapporto ristoratore / avventore è più un confronto che un rapporto amichevole ed è un rapporto pieno di malintesi a causa di aspettative sbagliate e di una sbagliata comunicazione.
Tovaglie sontuose, sommelier impettiti e incravattati che ti guardano attezzosi e distanti. Clienti supponenti con scritto in fronte “qua pago io” che si confrontano con camerieri che indossano lo stesso completo giacca a cravatta neri, oppure clienti dimessi che si fanno torturare da sommelier cinici (che dentro di loro sono astemi ma non lo sanno, un pò come gli omosessuali repressi che si comportano come camionisti ad un drogaparty).
Insomma, andare al ristorante così è un inferno. In verità Sommelier, camerieri e titolari recitano un ruolo che gli impone distacco dal cliente e un mal interpretato senso di professionalità (il professore non si vede dalla cravatta ma da quello che sa insegnare), il cliente sa che deve essere composto e seguire anche lui una serie di regole non scritte di bon-ton e si confronta con il personale o con distanza (tipo il nobile con la servitù), o con accondiscendenza (per la serie non mi sento all’altezza di questo ambiente).
In verità il cliente vorrebbe stare rilassato e il personale vorrebbe confrontarsi tranquillamente con il cliente. Io non dico di mettersi a fare la gara di rutti per vedere se fa ruttare di più il Brunello del 92 o il Barolo dell’89 (secondo me il Brunello), ma recuperare un rapporto sereno e tranquillo con chi ci ospita nel proprio locale, rispettando il lavoro di tutti.

Insomma. Quando c’erano ospiti a casa di mia nonna lei apriva il salone (che rimaneva off-limits tutto il resto del tempo) e tirava fuori il servizio da caffè buono compresa la moka strafica ma che faceva un caffè orribile. Gli ospiti di mia nonna passavano un ora nel mondo dorato del salotto seduti in pizzo in pizzo su un divano più scomodo delle panchine di pietra, bevendo un caffè orribile e attenti anche a respirare. Mia nonna, dal canto suo, era impegnatissima a “non fare brutta figura”.
Ecco, io non vorrei mai sentirmi come gli ospiti di mia nonna, e manco come mia nonna quando aveva ospiti. Impegniamoci tutti a essere più liberi e più felici. Viva i ristoranti, viva il tappo da ovunque venga e viva pure la doggy bag che pure il cane na cosa è giusto che la beva 🙂

Ma poi, giusto per curiosità, ma se io vado al ristorante, porto la mia bottiglia, non la finisco e richiedo la doggy bag… succede?
—–
In verità mia nonna non era così, ma stavo solo a fa un esempio…
In foto tale Rihanna che esce dal ristorante riportandosi a casa una boccia di Sassicaia

Non oltrepassare la linea gialla è una piccola rubrica di riflessioni sulle ipocrisie di alcune regole e convenzioni del mondo del vino (che per capirci sono le stesse ipocrisie e convenzioni del mondo senza vino), nata sui treni. Oltrepassare la linea gialla è una piccola scorrettezza, è un maniera di andare oltre le regole senza fare danni (almeno quando non sta passando il treno si intende) ma che ci permette di provare un piccolo brivido e far partire magari una grande riflessione. La forma dei racconti è squilibrata e sghemba (provate voi a scrivere su un treno) quindi perdonate. Attenzione può contenere parolacce, insulti, grandi fregnacce e concetti sui quali, appena sceso dal treno, neanche l’autore condivide.
Andrea Vellone

 

MI chiama questo produttore e mi fà: “se vuoi scrivere del nostro vino ti prego di sottolineare che lo bevono addirittura in Giappone”.
“ah ok” faccio io e penso “minchia, addirittura in Giappone..”

Poi mi fermo un attimo a pensare. Il Vino in Giappone. Perchè un produttore da sempre attento alla tradizione, alla qualità, un produttore entusiasta che va alla ricerca di antichi vitigni, che è capace di mettere la cravatta e gli stivali, dico, per quale cazzo di motivo dovrebbe essere fiero di vendere il vino in Giappone e scambiare questa cosa per un attestato di qualità?
Vogliodì, i Giapponesi non bevono vino e quei pochi che lo fanno lo hanno assaggiato per la prima volta forse a 30 anni. Cioè, è come dire che io disegno bene, parola di Ray Charles e Stewie Wonder. Oppure un produttore di sandali che si vanta che i tedeschi ne vanno matti e tu lo sai che con i tuoi sandali si mettono i calzini bianchi…
Altra cosa sarebbe dire: “sai il mio vino è eccezionale, ne vendo una cifra a Greve in Chianti”, quello si che sarebbe un attestato di qualità suprema. Perchè a Greve in Chianti forse qualcosa lo hanno bevuto negli ultimi secoli e te lo sanno dire se una cosa è buona, oppure no.


Poi ho pensato ad una altra cosa un pò strana. Tu vieni qui in Italia e mi dici che il tuo vino è ottimo perchè lo bevono in giappone, poi ti fai 10 ore di aereo, vai in giappone e per vendere il tuo vino e ai giapponesi gli dici che il tuo vino è buono perchè si beve in Italia, gli fai vedere le foto del borgo dove vivi e gli dici che da te tutti bevono il tuo vino. Però poi lo vuoi vendere tutto all’estero.
Se la leva di vendita all’estero è che il tuo vino è italiano, poi non puoi venderlo tutto all’estero, sennò poi non è più Italiano, diventa un vino Giapponese, se nell’osteria de paese dove vivi non sanno manco come ti chiami. Quindi caro produttore che “il mio vino in Giappone ne vendo a bancali..:” faccelo bere anche a noi… poi, se ci piace,  glielo raccontiamo noi ai Giapponesi.

(si si lo so che i Giapponesi pagano mentre in Italia ti tornano indietro gli assegni 120 gg DF FM, ma questi mica son problemi miei 😉 )

Non oltrepassare la linea gialla è una piccola rubrica di riflessioni sulle ipocrisie di alcune regole e convenzioni del mondo del vino (che per capirci sono le stesse ipocrisie e convenzioni del mondo senza vino), nata sui treni.
Oltrepassare la linea gialla è una piccola scorrettezza, è un maniera di andare oltre le regole senza fare danni (almeno quando non sta passando il treno si intende) ma che ci permette di provare un piccolo brivido e far partire magari una grande riflessione.
La forma dei racconti è squilibrata e sghemba (provate voi a scrivere su un treno) quindi perdonate.
Attenzione può contenere parolacce, insulti, grandi fregnacce e concetti sui quali, appena sceso dal treno, neanche l’autore condivide.

Andrea Vellone

Gli Astemi funzionali

Chi sono gli astemi funzionali? Persone che fino a ieri hanno bevuto solo acqua, quelli che al pub (si si il pub, roba anni 90) quando noi giusto per fare due chiacchere si stava ordinando la terza 0,40, loro, che nel frattempo stavano pensando cosa ordinare, alla fine pigliavano una coca media…(vogliodì una coca media, manco grande…). Ora li rincontri che hanno fatto il corso da sommelier, roba che prima di fare i corso la cosa più pesante che avevano bevuto era il Mojito (leggero e lasciato a metà).
Gli astemi funzionali sono coloro che aprono la bottiglia e versano il vino con tutta la cura e le tecniche  imparate nei corsi AISFISCGILCISLUIL se ne versano due dita, colore, odori, sapore, poi fanno sì con la testa e scrivono una cosa sull’APP del cellulare dove tengono conto dei loro assaggi…e la bottiglia rimane sul tavolo…

– ti verso un altro bicchiere?
– no no
– non ti è piaciuta?
– No, anzi, gli ho dato 91…
– Che gl’hai dato?
– 91, un ottimo vino…
– si vabbè ma la bottiglia sta tutta qua…
– prendila pure tanto la foto gliel’ho già fatta…

 

Amare il vino è un processo molto più lungo, è un processo graduale e c’è poco da fare bisogna berlo con la curiosità, come diceva Steve Jobs… siate curiosi, siate assetati…
Inoltre bisogna aver bevuto di tutto, anche il peggio del peggio perchè il vino, e non sembrerebbe, nasce dalla cultura contadina, non dai castelli nobili in toscana, il vino nasce nelle campagne di tutta italia e serviva a lenire la fatica e il dolore di una vita dura.
Pensateci un attimo. Il vino era l’unico bene effimero di chi pativa fame e fatica. Da li nasce il vino, non nei castelli della Loira o dai monaci francesi che in quanto monaci soffrivano tutto tranne che fame e fatica. Il vino era il rifugio nelle fredde serate d’inverno dei contadini veneti, la forza dei montanari trentini, la socialità dei braccianti piemontesi, le battute dei marinai romagnoli, le mani forti dei pastori abruzzesi, la tigna dei mezzadri calabresi, l’orgoglio e il sudore dei viandanti e dei briganti siciliani, l’identità dei sardi….

E quindi, se volte amare il vino, dovete bere anche quello del contadino, che non avrà caratteristiche organolettiche degne di nota (anzi potrebbe anche uccidervi) ma vi metterà in contatto con l’anima autentica di una bevanda che ha 4.000 anni e che è fortemente intrecciata con la storia del mondo e della civiltà…

L’avete mai bevuto il vino del contadino?
Io mi ricordo solo che avevo poco più di 20 anni e mi invitarono in Calabria sotto l’aspromonte a casa dei nonni dei miei amici.
L’ospitalità là è sacra, arrivammo a pranzo e ci sedemmo sotto un fantastico pergolato in campagna. Io fui messo a fianco del capofamiglia, il nonno del mio amico..un vecchietto che definire coriaceo è roba poca, una corazza di uomo, un contadino tosto che aveva affrontato per 70 anni una terra vendicativa e aspra con la sola forza delle braccia, sorretto da una fede incrollabile nelle sue tradizioni e che con quelle braccia aveva mandato i suoi nipoti a studiare a Roma..(posto per lui lontano almeno quanto la luna)
Ecco, il tosto vecchietto aveva un odio ancestrale e totalizzante per i bicchieri vuoti.
Per le 4 ore in cui è durato il pranzo ogni volta che io bevevo un pò di vino lui rimboccava e diceva, bevi, è buono, l’ho fatto io…
Non onorare il padrone di casa rifiutando il suo vino da quelle parti è l’ offesa peggiore.. quindi, io, che ai tempi studiavo antropologia bevvi, bevvi e bevvi… e ribevvi e non so per quale miracolo sono ancora qui a raccontarlo…

 

Ecco, il vino è anche questo, non roba da enofighetti (cit.) (anzi per essere totalmente scorretto oserei dire enofighette), esplorate qualsiasi cosa, andate fino al fondo della bottiglia dove troverete le vostre radici più antiche, le vostre passioni più sfrenate e la vostra dipendenza dal bello. Questo se non siete astemi funzionali…