Mentre il nostro amico John Wine era intento a traslocare si è trovato di fronte ad un magnum di cuvée fratelli Lunelli 1995, sboccatura 2003, una bottiglia mai commercializzata destinata ad omaggi e regali della famiglia Lunelli.
John Wine ha deciso chiaramente di aprirla con gli amici, come è andata ce lo racconterà in esclusiva Tommaso Giorgi sul prossimo numero de “i Piaceri della vite” in uscita a meta febbraio prossimo.

Sto sull’internet da poco prima che esistesse, ho partecipato alle liste di distribuzione, mirc, forum, social vari. Ho consumato tastiere su tastiere digitando battutacce, interventi seri, puro cazzeggio. Ho parlato di musica, di lavoro, di internet, di html, javascript, marketing, css, grafica, telefoni, libri e anche di vino.
Le guerre tra bande esistono da quando esiste l’internet. Internet explorer contro Netscape, Apple contro Microsoft, Apple contro Samsung, Apple contro Google, Apple contro qualsiasi cosa, Google contro Yahoo e poi ancora Berlusconi, i vaccini, il bio, la cipolla nella carbonara, ikea e mondo convenienza e infine i vini naturali e i vini convenzionali…
Il meccanismo è sempre lo stesso. Prendete un post di Guerra tra bande di Apple contro Microsoft, sostituite le parole Apple e Microsoft con naturale e convenzionale, processore con lieviti, ram con solforosa, operai cinesi con quello che cazzo vi pare e il risultato sarà una modernissima e fichissima guerra tra bande sul vino.
In verità il vino non c’entra niente. C’entra il conformismo, l’anticonformismo e il conformismo dell’anticonformismo, che detta così sembra uno scioglilingua. Essere conformisti o anticonformisti è un dualismo classico, il problema è che essere anticonformisti è molto più difficile, richiede ragionamenti e grande cultura, ed ecco che allora esiste e si affermano le categorie del conformismo dell’anticonformismo e dell’anticonformisco del conformismo che rendono la battaglia ideologica e senza alcun senso e, al di là del tifo, senza alcun interesse… ma vabbè, al di là della sociologia vi scrivo solo per rassicurarvi sul fatto che fortunatamente il vino non c’entra niente, rimane sullo sfondo, tipo un arciduca ucciso a Sarajevo nel 14.
Fortunatamente il vino continuerà ad esistere, i produttori ne continueranno a produrre di fantastico, buono o TLBT (telobevitè) e noi potremmo continuare a discutere del nulla sull’internet, ma con calici sempre migliori in mano.

Scusate l’interruzione, continuate pure…(ma non versate troppo sang… mmm vino a terra)

Andrea Vellone
Negli ultimi giorni ha fatto molto rumore un post su Facebook dell’enologo Trombelli (qui) che in maniera pacata e puntuale riflette su tanti piccoli miti e mode del mondo del vino, puntualizzando quella che è la realtà oggettiva e scientifica per poi lasciare ad ognuno la sua opinione.
Un altro argomento che mi ha colpito è un post su internet gourmet di Angelo Peretti (qui) in cui si parla del cambiamento nel tempo di un famoso quadro di Van Gogh dovuto ad una particolare tinta, cosa che però ha lasciato immutato il fascino dell’opera.
Il forte baccano social di questi ultimi tempi sui lieviti, sui solfiti, sul naturale etc e sui miti che ne discendono e che, complice la potenza amplificatrice di internet, si spammano ovunque rendendo difficile poi distinguere il vero dal mito, hanno portato un tecnico esperto ad intervenire per mettere un pò i puntini sulle i. Come al solito questa è una nazione di presidenti del consiglio, allenatori della nazionale, infettivologi, scienziati ed enologi e chi invece enologo lo è per davvero pare quasi debba giustificarsi.
Ma, alla fine, il punto non è neanche questo. Sono stato anni fa a vedere il VanGogh museum ad Amsterdam, vi assicuro che la composizione chimica dei colori usati dall’artista è stato l’ultimo dei miei pensieri, certo, per capire bene i quadri bisogna sapere un minimo di pittura, così come è importante conoscere qualcosa della biografia dell’autore, ma poi bisogna lasciarsi andare per godere a pieno dell’arte…
Con il vino, bevanda sociale per eccellenza, è ancora più importante non stare lì a farsi dei pipponi complicatissimi sui lieviti, prendete un minimo di informazioni e poi lasciatevi andare.
Andrea Vellone
Non oltrepassare la linea gialla, riflessioni scorrette sul mondo del vino, scritte sui treni. Attenzione: contiene parolacce, qualche insulto e concetti su cui, appena sceso dal treno, neanche l’autore è d’accordo. Andrea Vellone

Una delle pagine più lette di sempre su I Piaceri della vite è quella in cui trattiamo del diritto di tappo cioè di come regolare la possibilità che si possa andare al ristorante portandosi dietro una propria bottiglia di vino. Sul prossimo numero uscirà un articolo invece sulla doggy bag, cioè della possibilità di andare al ristorante, ordinare una bottiglia, non finirla e portarsi il rimanente a casa. Ecco, ho notato che queste sono tutte tematiche che appassionano molto tutti gli enosocialuser (vabbè se ne parla na cifra su facebook), e che suscitano una serie di post infiammati con decine e decine di interventi. Ristoratori assolutamente contrari che dicono in pratica “magnate a casa vostra e ve bevete quello che ve pare”, avventori che dicono “io te pago la cena e me bevo quello che porto”, quelli che si però i bicchieri chi li lava e così via con tutte le sfumature sull’argomento possibili. (io sono per lo “ius primae sorsus”, cioè se ti porti la bottiglia devi farla assaggiare pure al ristoratore) Allora c’ho pensato su ed ho visto che uno dei punti che tutti affrontano, chi esplicitamente, chi velatamente e chi inconsciamente è quello dell’imbarazzo. Il cliente è imbarazzato a chiedere la doggy bag, il ristoratore non sa come proporla hai visto mai che il cliente magari la piglia male e così via… Ecco, l’imbarazzo è il punto mai pienamente esplicitato.
Allora ho messo le cuffiette e alzato a palla i Joy Division ed ho pensato fortissimo.
Ma come può essere che in un ristorante, in un momento che dovrebbe essere di divertimento, di convivialità e di gusto ci si debba sentire imbarazzati? In teoria dovrebbe essere un momento di pura tranquillità. Ma evidentemente non è così. Effettivamente il rapporto ristoratore / avventore è più un confronto che un rapporto amichevole ed è un rapporto pieno di malintesi a causa di aspettative sbagliate e di una sbagliata comunicazione. Tovaglie sontuose, sommelier impettiti e incravattati che ti guardano attezzosi e distanti. Clienti supponenti con scritto in fronte “qua pago io” che si confrontano con camerieri che indossano lo stesso completo giacca a cravatta neri, oppure clienti dimessi che si fanno torturare da sommelier cinici (che dentro di loro sono astemi ma non lo sanno, un pò come gli omosessuali repressi che si comportano come camionisti ad un drogaparty). Insomma, andare al ristorante così è un inferno. In verità Sommelier, camerieri e titolari recitano un ruolo che gli impone distacco dal cliente e un mal interpretato senso di professionalità (il professore non si vede dalla cravatta ma da quello che sa insegnare), il cliente sa che deve essere composto e seguire anche lui una serie di regole non scritte di bon-ton e si confronta con il personale o con distanza (tipo il nobile con la servitù), o con accondiscendenza (per la serie non mi sento all’altezza di questo ambiente). In verità il cliente vorrebbe stare rilassato e il personale vorrebbe confrontarsi tranquillamente con il cliente. Io non dico di mettersi a fare la gara di rutti per vedere se fa ruttare di più il Brunello del 92 o il Barolo dell’89 (secondo me il Brunello), ma recuperare un rapporto sereno e tranquillo con chi ci ospita nel proprio locale, rispettando il lavoro di tutti.
Insomma. Quando c’erano ospiti a casa di mia nonna lei apriva il salone (che rimaneva off-limits tutto il resto del tempo) e tirava fuori il servizio da caffè buono compresa la moka strafica ma che faceva un caffè orribile. Gli ospiti di mia nonna passavano un ora nel mondo dorato del salotto seduti in pizzo in pizzo su un divano più scomodo delle panchine di pietra, bevendo un caffè orribile e attenti anche a respirare. Mia nonna, dal canto suo, era impegnatissima a “non fare brutta figura”. Ecco, io non vorrei mai sentirmi come gli ospiti di mia nonna, e manco come mia nonna quando aveva ospiti. Impegniamoci tutti a essere più liberi e più felici. Viva i ristoranti, viva il tappo da ovunque venga e viva pure la doggy bag che pure il cane na cosa è giusto che la beva 🙂
Ma poi, giusto per curiosità, ma se io vado al ristorante, porto la mia bottiglia, non la finisco e richiedo la doggy bag… succede?
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In verità mia nonna non era così, ma stavo solo a fa un esempio…
In foto tale Rihanna che esce dal ristorante riportandosi a casa una boccia di Sassicaia
Non oltrepassare la linea gialla è una piccola rubrica di riflessioni sulle ipocrisie di alcune regole e convenzioni del mondo del vino (che per capirci sono le stesse ipocrisie e convenzioni del mondo senza vino), nata sui treni. Oltrepassare la linea gialla è una piccola scorrettezza, è un maniera di andare oltre le regole senza fare danni (almeno quando non sta passando il treno si intende) ma che ci permette di provare un piccolo brivido e far partire magari una grande riflessione. La forma dei racconti è squilibrata e sghemba (provate voi a scrivere su un treno) quindi perdonate. Attenzione può contenere parolacce, insulti, grandi fregnacce e concetti sui quali, appena sceso dal treno, neanche l’autore condivide. Andrea Vellone  

MI chiama questo produttore e mi fà: “se vuoi scrivere del nostro vino ti prego di sottolineare che lo bevono addirittura in Giappone”. “ah ok” faccio io e penso “minchia, addirittura in Giappone..”
Poi mi fermo un attimo a pensare. Il Vino in Giappone. Perchè un produttore da sempre attento alla tradizione, alla qualità, un produttore entusiasta che va alla ricerca di antichi vitigni, che è capace di mettere la cravatta e gli stivali, dico, per quale cazzo di motivo dovrebbe essere fiero di vendere il vino in Giappone e scambiare questa cosa per un attestato di qualità?
Vogliodì, i Giapponesi non bevono vino e quei pochi che lo fanno lo hanno assaggiato per la prima volta forse a 30 anni. Cioè, è come dire che io disegno bene, parola di Ray Charles e Stewie Wonder. Oppure un produttore di sandali che si vanta che i tedeschi ne vanno matti e tu lo sai che con i tuoi sandali si mettono i calzini bianchi… Altra cosa sarebbe dire: “sai il mio vino è eccezionale, ne vendo una cifra a Greve in Chianti”, quello si che sarebbe un attestato di qualità suprema. Perchè a Greve in Chianti forse qualcosa lo hanno bevuto negli ultimi secoli e te lo sanno dire se una cosa è buona, oppure no.
Poi ho pensato ad una altra cosa un pò strana. Tu vieni qui in Italia e mi dici che il tuo vino è ottimo perchè lo bevono in giappone, poi ti fai 10 ore di aereo, vai in giappone e per vendere il tuo vino e ai giapponesi gli dici che il tuo vino è buono perchè si beve in Italia, gli fai vedere le foto del borgo dove vivi e gli dici che da te tutti bevono il tuo vino. Però poi lo vuoi vendere tutto all’estero. Se la leva di vendita all’estero è che il tuo vino è italiano, poi non puoi venderlo tutto all’estero, sennò poi non è più Italiano, diventa un vino Giapponese, se nell’osteria de paese dove vivi non sanno manco come ti chiami. Quindi caro produttore che “il mio vino in Giappone ne vendo a bancali..:” faccelo bere anche a noi… poi, se ci piace,  glielo raccontiamo noi ai Giapponesi.


(si si lo so che i Giapponesi pagano mentre in Italia ti tornano indietro gli assegni 120 gg DF FM, ma questi mica son problemi miei 😉 )

Non oltrepassare la linea gialla è una piccola rubrica di riflessioni sulle ipocrisie di alcune regole e convenzioni del mondo del vino (che per capirci sono le stesse ipocrisie e convenzioni del mondo senza vino), nata sui treni. Oltrepassare la linea gialla è una piccola scorrettezza, è un maniera di andare oltre le regole senza fare danni (almeno quando non sta passando il treno si intende) ma che ci permette di provare un piccolo brivido e far partire magari una grande riflessione. La forma dei racconti è squilibrata e sghemba (provate voi a scrivere su un treno) quindi perdonate. Attenzione può contenere parolacce, insulti, grandi fregnacce e concetti sui quali, appena sceso dal treno, neanche l’autore condivide. Andrea Vellone

Gli Astemi funzionali Chi sono gli astemi funzionali? Persone che fino a ieri hanno bevuto solo acqua, quelli che al pub (si si il pub, roba anni 90) quando noi giusto per fare due chiacchere si stava ordinando la terza 0,40, loro, che nel frattempo stavano pensando cosa ordinare, alla fine pigliavano una coca media…(vogliodì una coca media, manco grande…). Ora li rincontri che hanno fatto il corso da sommelier, roba che prima di fare i corso la cosa più pesante che avevano bevuto era il Mojito (leggero e lasciato a metà). Gli astemi funzionali sono coloro che aprono la bottiglia e versano il vino con tutta la cura e le tecniche  imparate nei corsi AISFISCGILCISLUIL se ne versano due dita, colore, odori, sapore, poi fanno sì con la testa e scrivono una cosa sull’APP del cellulare dove tengono conto dei loro assaggi…e la bottiglia rimane sul tavolo…
– ti verso un altro bicchiere?
– no no
– non ti è piaciuta?
– No, anzi, gli ho dato 91…
– Che gl’hai dato?
– 91, un ottimo vino…
– si vabbè ma la bottiglia sta tutta qua…
– prendila pure tanto la foto gliel’ho già fatta…
 
Amare il vino è un processo molto più lungo, è un processo graduale e c’è poco da fare bisogna berlo con la curiosità, come diceva Steve Jobs… siate curiosi, siate assetati… Inoltre bisogna aver bevuto di tutto, anche il peggio del peggio perchè il vino, e non sembrerebbe, nasce dalla cultura contadina, non dai castelli nobili in toscana, il vino nasce nelle campagne di tutta italia e serviva a lenire la fatica e il dolore di una vita dura. Pensateci un attimo. Il vino era l’unico bene effimero di chi pativa fame e fatica. Da li nasce il vino, non nei castelli della Loira o dai monaci francesi che in quanto monaci soffrivano tutto tranne che fame e fatica. Il vino era il rifugio nelle fredde serate d’inverno dei contadini veneti, la forza dei montanari trentini, la socialità dei braccianti piemontesi, le battute dei marinai romagnoli, le mani forti dei pastori abruzzesi, la tigna dei mezzadri calabresi, l’orgoglio e il sudore dei viandanti e dei briganti siciliani, l’identità dei sardi….
E quindi, se volte amare il vino, dovete bere anche quello del contadino, che non avrà caratteristiche organolettiche degne di nota (anzi potrebbe anche uccidervi) ma vi metterà in contatto con l’anima autentica di una bevanda che ha 4.000 anni e che è fortemente intrecciata con la storia del mondo e della civiltà…
L’avete mai bevuto il vino del contadino? Io mi ricordo solo che avevo poco più di 20 anni e mi invitarono in Calabria sotto l’aspromonte a casa dei nonni dei miei amici. L’ospitalità là è sacra, arrivammo a pranzo e ci sedemmo sotto un fantastico pergolato in campagna. Io fui messo a fianco del capofamiglia, il nonno del mio amico..un vecchietto che definire coriaceo è roba poca, una corazza di uomo, un contadino tosto che aveva affrontato per 70 anni una terra vendicativa e aspra con la sola forza delle braccia, sorretto da una fede incrollabile nelle sue tradizioni e che con quelle braccia aveva mandato i suoi nipoti a studiare a Roma..(posto per lui lontano almeno quanto la luna) Ecco, il tosto vecchietto aveva un odio ancestrale e totalizzante per i bicchieri vuoti. Per le 4 ore in cui è durato il pranzo ogni volta che io bevevo un pò di vino lui rimboccava e diceva, bevi, è buono, l’ho fatto io… Non onorare il padrone di casa rifiutando il suo vino da quelle parti è l’ offesa peggiore.. quindi, io, che ai tempi studiavo antropologia bevvi, bevvi e bevvi… e ribevvi e non so per quale miracolo sono ancora qui a raccontarlo…  

Ecco, il vino è anche questo, non roba da enofighetti (cit.) (anzi per essere totalmente scorretto oserei dire enofighette), esplorate qualsiasi cosa, andate fino al fondo della bottiglia dove troverete le vostre radici più antiche, le vostre passioni più sfrenate e la vostra dipendenza dal bello. Questo se non siete astemi funzionali…
Siamo stati a Montefalco a trovare Angelo Fongoli per un articolo del prossimo numero VI de I piaceri della vite. Avevamo letto di un Sagrantino speciale, il Fraganton che volevamo assolutamente assaggiare. Ma a Montefalco non abbiamo trovato solo un vino ottimo e fuori dalla righe ma una filosofia ed una scienza nuova. In una lunga passeggiata tra le vigne, incuranti del fango, Angelo Fongoli ci ha fatto capire il suo concetto di vino e viticoltura. Prima di tutto Angelo non snocciola numeri, o meglio non gli interessano quelli canonici. Alla mia domanda sulla resa per ettaro dei suoi vigneti mi ha guardato come se la domanda non fosse affatto pertinente, e mi ha risposto un bel dipende. Nel senso che un resa in media è un numero che indica veramente poco per il suo modo di lavorare con l’attenzione alla singola pianta. Gli ho domandato come potasse le sue viti. E mi ha risposto che dipende… ogni vite ha dei bisogni suoi… e così via in un continuo ripetersi di dipende. Quello che ho capito alla fine è che la viticoltura classica è uno sforzo continuo di ricerca della standardizzazione attraverso la tecnologia, mentre l’agricoltura di Angelo è un continuo assecondare l’ecosistema vigna, accompagnarlo con la tecnologia dove è realistico che vada. L’agricoltura di Angelo Fongoli non forza la vigna, ma la accompagna. Lo stesso discorso si ha in cantina dove non sono fondamentali la ripetibilità dei processi ma la bocca e il naso di chi fa il vino. Ma attenzione, qui la biodinamica non è una arte divinatoria, ma è scienza applicata, dimostrabile e ripetibile, da parte di chi usa la scienza e la tecnologia ma con una filosofia nuova. Il risultato l’abbiamo assaggiato durante tutto il pomeriggio aprendo una decina di bottiglie. Ma di questo ne parleremo nel prossimo numero de “i Piaceri dellea vite”